Firenze, ottobre 1499. Marsilio Ficino è morto da poche settimane e un copista di cinquantaquattro anni, Dante di Virgilio, si mette a scrivere quello che ha taciuto per cinque anni. Nel 1494, a sette settimane di distanza, sono morti Angelo Poliziano e Giovanni Pico della Mirandola: la città ha parlato di febbre e di umore nero, e nessuno ha pronunciato la parola arsenico. Lui sì. Perché il veleno l'ha dato lui, con l'aiuto di un pittore di cassoni che macinava l'orpimento nella sua bottega.
Per trent'anni Dante ha copiato Platone nella casa di Ficino, in piedi contro il muro, senza mai sedersi a tavola. Ha visto un uomo mettere Dio dentro Platone una parola alla volta, e ha visto i due più brillanti di quella casa consegnarsi al fervore di un frate venuto da Ferrara. Ha deciso che il contagio andava fermato. Poi ha scoperto che non serviva.
Il racconto cammina in due direzioni: un capitolo va avanti, dal 1494 alla morte di Ficino, e il seguente va indietro, dal 1492 fino a un vecchio greco che nel 1439 parlò di Platone davanti a Cosimo de' Medici. Le due linee si allontanano fino all'origine di tutto, in una stanza dove il narratore non è mai entrato.
Un romanzo storico sui libri, su chi li copia e su chi li tradisce, e sulla differenza — sottile e definitiva — fra riconoscere una verità e annettersela.
| Pagine | 164 |
| Formato | [EU] Stampa bianco e nero - standard - 148x210 mm - Carta crema - Copertina opaca |
| Peso | 197 gr. |