Negli anni Ottanta accade qualcosa di unico, quasi commovente. Ogni anno oltre settantamila italiani, da Nord a Sud, si mettono in viaggio su pullman carichi di speranza e partono per Biella, attirati non da un semplice negozio, ma da una promessa.
Non comprano per necessità. Comprano per sentirsi visti.
Perché un uomo dal sorriso provinciale, con quello sguardo curioso e le mani che parlano prima della voce, è riuscito a trasformare l’acquisto di un mobile in un atto di riconoscimento: «Tu meriti questo. Tu puoi avere di più. Tu sei importante.»
Giorgio Aiazzone non ha fondato un’azienda. Ha regalato dignità al desiderio.
Ha inventato un sogno nuovo, per tutti. È un sogno di massa.
E come tutti i sogni di massa, forse qualcuno ha deciso che doveva finire.
Il 6 luglio 1986 è una domenica d’estate come tante altre. Una giornata calda, pigra, apparentemente innocua.
Chi racconta ha diciassette anni: partito da Arona con il vento che gli accarezza il viso e il cuore leggero di chi crede che il futuro sia ancora tutto da scrivere, si ferma in sella alla sua moto sul ciglio di una strada della Lomellina.
Poi c’è un boato. Non è un tuono.
Quello che cade dal cielo non è solo un aereo. È un uomo di trentanove anni con un impero quasi finito e una Città del Mobile che aspetta solo il taglio del nastro.
E poi c’è un magistrato, una donna, Clelia Allegretti, con una cartella di cuoio marrone sulle ginocchia e qualcosa su quei fogli che nessuno leggerà mai. È la prima di una serie infinita di verità che in questa storia non arriveranno mai del tutto.
Perché quello che viene dopo è peggio.
La moglie, Rossella Piana, raccoglie le macerie con le mani nude e le tiene insieme sedici anni. Sedici anni di tribunali, di banchieri, di avvocati, di notti che non si raccontano. Poi si fida dell’uomo sbagliato raccomandato dalla banca sbagliata, e il poco che resta sparisce anche quello.
Muore di cancro a cinquantun anni, con rate ancora in scadenza e i debiti ancora aperti. Muore prima di vedere i conti tornare. Perché i conti, ovviamente, non tornano. Non torneranno mai.
Le figlie ereditano ciò che nessuno vorrebbe ereditare: un cognome che il sistema ha trasformato in un bersaglio. Fideiussioni che nessuno ha investigato. Fascicoli scomparsi dagli archivi dei tribunali, come se qualcuno avesse deciso che certe domande non meritano risposta. Un giudice condannato per corruzione, forse proprio nella gestione di quel fallimento: il presidente del tribunale, quello che doveva essere il custode della giustizia.
E poi il marchio. Il nome di Giorgio Aiazzone (quel nome che le madri italiane associavano al divano nuovo, al pranzo offerto, al pullman gratuito) viene usato come esca per truffare migliaia di famiglie. Acconti versati, mobili mai consegnati, rate pagate a vuoto. Quando scattano le manette, nel marzo del 2011, il danno è già fatto. Come sempre.
Nel 2024, quasi quarant’anni dopo il campo bruciato di Sartirana, Marcella Aiazzone riceve una notifica. Un decreto ingiuntivo milionario del 2000. Firmato da un giudice corrotto. Su un fascicolo che non esiste più negli archivi. Per i debiti di un padre che non ha mai davvero conosciuto come imprenditore, di un’azienda che non ha mai gestito, di un “impero” che non le ha lasciato nemmeno un euro.
Le pignorano la casa. Quella che si era comprata da sola, con il suo lavoro, lontano da tutto.
La Geometria delle Coincidenze è la storia di come si distrugge una famiglia senza spararle addosso. Di come il potere si serve della legge per fare esattamente l’opposto della giustizia. Di come un nome può diventare una prigione. Di come, in Italia, certe storie non finiscono mai. Perché a qualcuno conviene che non finiscano.
E soprattutto di un uomo: Giorgio Aiazzone.
| Pagine | 236 |
| Formato | [EU] Stampa bianco e nero - standard - 148x210 mm - Carta crema - Copertina opaca |
| Peso | 275 gr. |